
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
🎄 La tirannia della felicità: ansia, bilanci di fine anno e l'illusione della pienezza
Dicembre è un mese in cui tutto sembra avere un tono obbligatorio: dobbiamo essere felici, sorridenti, pieni di entusiasmo. Le luci, l’atmosfera, le aspettative sociali e familiari costruiscono un’immagine precisa: a Natale si deve stare bene. E se non succede, se dentro si muove tutt’altro, subentra la sensazione di essere “sbagliati”.
Ma non è proprio così.
La psicoanalisi ci invita a fare un passo di lato rispetto a questa tirannia della felicità, e a guardare ciò che davvero si muove dentro di noi.
Un tempo sospeso
Dicembre mette tutti davanti a un paradosso: chiede di essere pieni, luminosi, felici… proprio quando, spesso, dentro ci si sente stanchi o vuoti. Ma è proprio questa frattura che può diventare un’occasione: riconoscere che non dobbiamo somigliare all’immagine che il mondo ci chiede.
Non si tratta di "trovare la felicità a tutti i costi". Si tratta di lasciare spazio a ciò che sentiamo, senza giudicarlo e senza correggerlo.
La mancanza non è un difetto da riempire.
È parte di ciò che ci rende vivi e capaci di desiderare.
Quando emerge ciò che manca
La psicoanalisi non promette un Natale perfetto, né un nuovo anno pieno di entusiasmo. Non punta a cancellare la tristezza, l’ansia o la malinconia.
Queste emozioni non sono errori da eliminare, ma segnali. Indicano dove ci sforziamo troppo per essere come pensiamo di dover essere, dove la richiesta degli altri pesa più di quello che sentiamo davvero, dove qualcosa in noi è rimasto inascoltato.
La malinconia non è l’opposto della felicità. È uno dei modi con cui il soggetto percepisce la propria verità: è il momento in cui la promessa di una "pienezza obbligatoria" si incrina e lascia affiorare il nostro lato più autentico.
E questo non significa che ci sia qualcosa che non va, al contrario, può essere proprio l’inizio di un vero lavoro su di sé.
La fragilità come inizio, non come difetto
Chiedere aiuto, o anche solo riconoscere che qualcosa non funziona, non è mai una sconfitta. È un gesto raro, perché obbliga a fare i conti con la parte più vulnerabile di sé.
Lacan ricordava come l’orgoglio possa essere un ostacolo all’inizio di un percorso. "Chinare la testa", diceva Miller commentando Lacan, è ciò che occorre quando si formula una domanda d’aiuto.
Entrare in contatto con la propria fragilità non significa cadere, ma iniziare a vedere ciò che, fino a quel momento, veniva nascosto sotto le aspettative e le richieste, proprie e altrui.
Quando una persona riconosce che la sua sofferenza è la manifestazione di questa fragilità, qualcosa si apre: da quel momento può davvero cominciare un percorso.
Un augurio diverso
Non un augurio di felicità obbligatoria.
Non un invito a cancellare ciò che non torna.
Ma un augurio più autentico:
che ciascuno possa trovare un piccolo spazio per ascoltare ciò che sente davvero.
Da lì, spesso, nasce qualcosa di nuovo.








