9 dicembre 2025
Perché restiamo in relazioni che fanno soffrire? Fantasia, bisogno e amore

Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.

“E poi a me le uova chi me le fa?” – Fantasia, bisogno e legami d’amore

Woody Allen, con una delle sue battute più celebri, riesce a dire qualcosa di profondamente vero sull’amore in poche righe:

Un uomo dice al suo psichiatra:
«
Mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina».
Lo psichiatra risponde:
«
E perché non lo interna?».
E l’uomo:
«
E poi a me le uova chi me le fa?».

E il commento finale è ancora più tagliente:
“i rapporti uomo-donna sono irrazionali, folli, assurdi…
ma continuano perché la maggior parte di noi “ha bisogno di uova”.

Dietro l’ironia, c’è una verità che spesso facciamo fatica ad accettare:
non restiamo nei legami perché sono perfetti, ma perché ci nutrono in qualche modo. Anche quando fanno soffrire.


Quando l’amore non è razionale

Molte persone arrivano in terapia con una domanda che suona più o meno così:
“Ma perché continuo a restare in questa relazione anche se sto male?”

La risposta razionale spesso non basta.
Non basta dire: “Non mi tratta bene”, “Non mi capisce”, “Non siamo felici”.
Perché, nonostante tutto,
si resta.

Woody Allen lo dice in modo paradossale:
restiamo perché ci servono le uova.

Cioè: perché da quella relazione traiamo qualcosa di fondamentale per noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli.
I motivi potrebbero essere diversi: un senso di valore, un’illusione di completezza, la sensazione di non essere soli, un equilibrio costruito nel tempo, una fantasia d’amore che si fatica ad abbandonare.


La fantasia che tiene in piedi il legame

In psicoanalisi si sa da tempo che l’amore non nasce solo dall’incontro con l’altro, ma anche, e soprattutto, dall’incontro con le proprie fantasie.

Non ci innamoriamo solo di una persona reale.
Ci innamoriamo anche di ciò che quella persona rappresenta per noi.

Quando due fantasie “fanno gioco”, quando si incastrano bene, il legame può diventare molto stabile. Anche se dall’esterno può apparire incomprensibile, a volte persino distruttivo.

Ed è qui che la battuta di Woody Allen diventa clinicamente preziosa:
a volte non restiamo perché l’altro sta bene…
restiamo perché
senza quelle uova ci sentiremmo persi.


Perché fa così paura rinunciare alle “uova”

Lasciare una relazione non significa solo separarsi da una persona.
Molto spesso significa separarsi da un modo di sentirsi vivi, desiderati, riconosciuti.

Significa:

  • perdere un ruolo

  • rinunciare a un’immagine di sé

  • affrontare il vuoto che prima era colmato dal legame

E questo, per molti, è più spaventoso della sofferenza che stanno già vivendo.

Per questo alcune relazioni continuano anche quando diventano dolorose, sbilanciate, logoranti.
Non perché “non si capisce”, ma perché
si ha troppo da perdere su un piano interno, inconscio.


L’amore non è mai solo “sano” o “malsano”

Spesso si parla di relazioni tossiche, sane, funzionali, disfunzionali.
Tutte categorie utili.
Ma la clinica ci mostra che l’amore è quasi sempre anche un compromesso.

Un compromesso tra ciò che fa stare bene e ciò che fa soffrire, tra ciò di cui si ha bisogno e ciò che non si vorrebbe più tollerare.

Così ognuno ha le proprie “uova”.
Ciò che per uno è intollerabile, per un altro può essere sopportabile.
Ciò che per uno è indispensabile, per un altro può non avere alcun valore.


Quando iniziamo a chiederci “perché resto?”

La domanda giusta, spesso, non è solo:
“Perché l’altro è così?”

Ma:
“Che cosa sto cercando io in questo legame?”
“Che cosa mi dà?”
“Che cosa temo di perdere se me ne vado?”

Sono domande difficili, perché toccano il punto più delicato:
il bisogno, la mancanza, la dipendenza affettiva.

Ed è proprio da lì che può iniziare un vero lavoro su di sé.


In conclusione

Probabilmente Woody Allen aveva ragione:
i rapporti d’amore sono spesso irrazionali, folli, assurdi.
Eppure continuano.
Perché rispondono a qualcosa di molto profondo.

E allora la domanda, a volte, non è se l’altro sia “una gallina”.
La domanda è:
quali sono, per ciascuno, le proprie “uova”?


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