
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
Negli ultimi mesi la storia di Punch, un piccolo macaco rifiutato dalla madre e isolato dal gruppo, ha commosso milioni di persone. Le immagini lo mostrano mentre tenta di avvicinarsi agli altri, cerca calore, prova ad abbracciare, ma viene respinto. Rimane ai margini. Solo.
Non è soltanto una storia animale.
È una scena che tocca qualcosa di molto umano.
Come psicologo e psicoterapeuta che lavora a Salerno, mi capita spesso di incontrare nella stanza di consultazione adulti che, pur con storie molto diverse, portano dentro una medesima ferita: quella dell’esclusione. Non sempre si tratta di un rifiuto esplicito. A volte è qualcosa di più sottile. Un sentirsi fuori posto. Non scelti. Non sufficientemente desiderati.
La vicenda di Punch diventa allora una metafora potente.
Il rifiuto e la nascita del soggetto
Freud descrive l’essere umano come radicalmente dipendente dall’Altro nei primi momenti di vita. Il neonato non può sopravvivere senza cura. Ma non è solo questione di nutrimento: è questione di investimento affettivo.
Essere desiderati è una condizione psichica fondamentale.
Quando Punch viene evitato dalla madre, ciò che vediamo è una frattura originaria. Il rifiuto materno non è solo una mancanza: è un’interruzione nel circuito del riconoscimento.
Nella prospettiva psicoanalitica, il soggetto si costituisce nello sguardo dell’Altro. Donald Winnicott scrive che il volto della madre funziona come uno specchio: il bambino si vede riflesso nello sguardo che lo accoglie.
Ma cosa accade quando lo specchio è assente? O quando rimanda un’immagine di rifiuto?
Punch continua a cercare il gruppo. Non si arrende. È questo che commuove. La sua insistenza nel tentativo di appartenere.
Il desiderio dell’Altro
Jacques Lacan afferma che il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. Non desideriamo semplicemente oggetti; desideriamo essere riconosciuti, avere un posto nel discorso dell’Altro.
Essere esclusi significa non avere un posto.
Molte persone che intraprendono un percorso di psicoterapia raccontano proprio questo: una sensazione persistente di marginalità. Anche quando oggettivamente sono integrate, lavorano, hanno relazioni. È una posizione interna, non necessariamente un fatto esterno.
La psicoanalisi mostra come l’esperienza soggettiva dell’esclusione possa radicarsi molto presto. Non sempre si tratta di eventi traumatici evidenti. A volte è una tonalità affettiva: sentirsi meno visti, meno considerati, meno accolti rispetto ad altri.
Punch diventa allora il simbolo di quella parte interna che teme di non essere degna di amore.
La ferita narcisistica
Freud parlava di ferite narcisistiche per indicare i colpi inferti all’immagine che abbiamo di noi stessi. Il rifiuto non colpisce solo il legame, ma l’identità.
Se l’Altro mi respinge, chi sono io?
Nella clinica psicologica e psicoterapeutica, questa domanda si declina in molte forme: paura dell’abbandono, gelosia eccessiva, bisogno costante di rassicurazione, difficoltà a fidarsi, ritiro relazionale.
Il sintomo può essere letto come una risposta alla ferita dell’esclusione.
In questo senso, la psicoterapia non mira semplicemente a eliminare il sintomo, ma a comprenderne la funzione. Cosa protegge? Quale timore nasconde? Quale scena primaria ripete?
Come psicoterapeuta a Salerno, vedo spesso quanto la sofferenza legata al rifiuto sia ancora attuale nell’età adulta. Non è qualcosa che “passa da solo”. Può riattivarsi nelle relazioni amorose, nei contesti lavorativi, nei gruppi sociali.
Il bisogno di appartenenza nella società contemporanea
Viviamo in un’epoca in cui l’appartenenza è costantemente esposta. I social network amplificano la visibilità dell’inclusione e dell’esclusione. Like, commenti, visualizzazioni diventano segnali simbolici di riconoscimento.
In questo scenario, la storia di Punch risuona ancora di più.
L’immagine del piccolo macaco lasciato ai margini del gruppo diventa una rappresentazione concreta di una paura diffusa: essere invisibili.
La psicologia contemporanea evidenzia quanto il bisogno di appartenenza sia un bisogno primario. La psicoanalisi aggiunge che questo bisogno è strutturale: il soggetto nasce nel legame.
Non appartenere equivale, a livello inconscio, a non esistere.
L’intervento umano e la funzione del nuovo legame
Quando i soccorritori intervengono e separano Punch dal gruppo, assistiamo a una seconda scena: la possibilità di un nuovo legame.
È un passaggio delicato. Da un lato, è un atto di cura necessario alla sopravvivenza. Dall’altro, possiamo leggerlo simbolicamente come la ricerca di un Altro che finalmente accolga.
In psicoterapia accade qualcosa di analogo. Lo spazio analitico diventa un luogo in cui ciò che è stato escluso può essere nominato. Non si tratta di sostituire i legami, ma di rielaborarli.
Lacan ci ricorda che il soggetto è effetto del linguaggio. Dare parola alla propria esperienza di esclusione significa trasformarla. Non cancellarla, ma inscriverla in una storia.
Dal rifiuto alla possibilità di simbolizzare
La differenza fondamentale tra Punch e l’essere umano è la parola. Noi possiamo raccontare il nostro rifiuto. Possiamo interrogarlo. Possiamo comprenderne le tracce nel presente.
In un percorso di psicoterapia o psicoanalisi, la ferita dell’esclusione non viene negata né minimizzata. Viene ascoltata.
Spesso, dietro sintomi come ansia sociale, dipendenza affettiva o difficoltà relazionali, troviamo proprio quella scena originaria: il timore di non avere un posto.
La storia di Punch ci colpisce perché rende visibile qualcosa che solitamente resta invisibile. Ci mette davanti alla vulnerabilità primaria che tutti, in misura diversa, abbiamo attraversato.
E forse è proprio per questo che milioni di persone si sono riconosciute in lui.
Conclusione
La vicenda di questo piccolo macaco non è soltanto una narrazione commovente. È una metafora dell’esperienza umana dell’esclusione e del bisogno di riconoscimento.
La psicologia e la psicoanalisi ci insegnano che il rifiuto non è solo un evento, ma una traccia che può organizzare la nostra posizione nel mondo.
Interrogare quella traccia significa aprire uno spazio di trasformazione.
Perché ciò che è stato vissuto come esclusione può, attraverso la parola e l’ascolto, trovare finalmente un luogo in cui essere accolto.







