
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
Ci sono momenti in cui facciamo qualcosa senza renderci conto che, insieme al nostro gesto, c’è anche uno sguardo immaginato.
Può accadere mentre guidiamo.
Mentre pubblichiamo una foto.
Mentre parliamo.
Mentre scegliamo un vestito.
Perfino mentre lavoriamo o proviamo a “migliorarci”.
A volte pensiamo di stare semplicemente esprimendo noi stessi.
Eppure, se ci fermassimo un momento, potremmo scoprire qualcosa di più complesso:
Per chi lo stiamo facendo?
Quando guidi velocemente, chi pensi che ti stia guardando?
Lo psicoanalista Jacques Lacan, riprendendo alcuni concetti presenti nell’opera di Sigmund Freud, distingue tra Io ideale e Ideale dell’Io.
Può sembrare una differenza teorica, ma riguarda profondamente la vita quotidiana.
L’Io ideale è l’immagine che il soggetto assume come modello.
Per esempio:
- il pilota sicuro di sé
- il professionista impeccabile
- la persona forte
- il corpo perfetto
- l’individuo brillante e ammirato
È l’immagine con cui ci identifichiamo.
Se qualcuno guida molto velocemente, forse sta inconsapevolmente assumendo l’immagine di un pilota da corsa.
Ma, per Lacan, la questione più importante è un’altra.
Per chi sta assumendo quell’immagine?
Ed è qui che entra in gioco l’Ideale dell’Io.
Lo sguardo che ci abita
L’Ideale dell’Io non è semplicemente l’immagine che vogliamo essere.
È il punto simbolico da cui immaginiamo di essere guardati.
È lo sguardo interiorizzato dell’Altro.
Non cerchiamo soltanto di essere qualcuno.
Cerchiamo anche uno sguardo che confermi quell’immagine.
Per questo motivo, molte delle nostre azioni non riguardano solo ciò che desideriamo davvero.
Riguardano anche il bisogno di essere riconosciuti.
Ammirati.
Visti.
Confermati.
L’identità e il desiderio dell’Altro
Fin dall’infanzia, costruiamo la nostra identità attraverso lo sguardo dell’altro.
Un bambino scopre sé stesso anche attraverso:
- come viene guardato
- nominato
- desiderato
- riconosciuto
Nessuno costruisce la propria immagine completamente da solo.
Ed è per questo che lo sguardo dell’altro continua ad avere un peso anche nella vita adulta.
A volte molto più di quanto immaginiamo.
Non vogliamo solo essere. Vogliamo essere visti
Questo aspetto è diventato ancora più evidente nella società contemporanea.
I social network hanno trasformato lo sguardo in qualcosa di costantemente presente.
Fotografie.
Stories.
Performance.
Esposizione continua.
Oggi non basta più vivere qualcosa.
Spesso sentiamo anche il bisogno di mostrarlo.
Come se l’esperienza acquistasse valore soltanto nel momento in cui viene vista da qualcuno.
Ma allora la domanda diventa inevitabile:
Quanto di ciò che facciamo nasce davvero dal nostro desiderio?
E quanto, invece, nasce dal tentativo di sostenere un’immagine davanti allo sguardo dell’Altro?
Il rischio di vivere per un’immagine
Non c’è nulla di patologico nell’identificazione.
Tutti abbiamo immagini ideali.
Tutti cerchiamo riconoscimento.
Il problema nasce quando il soggetto finisce per coincidere completamente con quell’immagine.
Quando non riesce più a distinguere:
- ciò che desidera davvero
- da ciò che sente di dover rappresentare
In questi casi può comparire una sensazione molto contemporanea:
quella di vivere continuamente “in prestazione”.
Come se fosse necessario:
- essere interessanti
- brillanti
- desiderabili
- vincenti
- produttivi
E come se lo sguardo dell’altro fosse sempre lì, pronto a giudicare.
La fatica di sostenere un’immagine
Molte persone arrivano in psicoterapia profondamente stanche.
Non solo per ciò che vivono.
Ma per l’enorme energia necessaria a sostenere una certa immagine di sé.
L’immagine della persona forte.
Della persona sempre disponibile.
Di chi non sbaglia mai.
Di chi deve essere all’altezza.
A volte il problema non è il fallimento.
È il terrore di deludere quello sguardo immaginato.
Quando il desiderio si perde
Dal punto di vista psicoanalitico, una delle questioni più importanti riguarda il rapporto con il proprio desiderio.
Perché vivere esclusivamente nello sguardo dell’altro può produrre un effetto molto particolare:
il soggetto finisce per non sapere più cosa desidera davvero.
Continua a fare.
A mostrarsi.
A rincorrere immagini.
Ma perde progressivamente il contatto con ciò che lo riguarda più intimamente.
E allora può emergere un senso di vuoto.
Anche quando, apparentemente, tutto funziona.
Psicoterapia e identificazioni
In un percorso psicologico o di psicoterapia, non si tratta di eliminare le identificazioni.
Sarebbe impossibile.
Piuttosto, si tratta di iniziare a interrogarsi su di esse.
Quale immagine sto cercando di incarnare?
Da quale punto immagino di essere guardato?
Per chi sto vivendo certe scelte?
Nel lavoro clinico di uno psicologo e psicoterapeuta a Salerno, emerge spesso quanto molte sofferenze contemporanee siano legate proprio al peso dello sguardo dell’altro e alla difficoltà di separarsi da immagini ideali molto rigide.
La psicoterapia può diventare allora uno spazio in cui il soggetto inizia lentamente a distinguere il proprio desiderio dalle aspettative interiorizzate.
Forse la domanda non è soltanto “Chi voglio essere?”
Forse esiste una domanda ancora più importante.
“Chi immagino mi stia guardando mentre provo ad esserlo?”
Perché, a volte, il punto non è soltanto l’immagine che inseguiamo.
Ma lo sguardo davanti al quale continuiamo a costruirla.








