
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
Ci sono persone che si ritrovano a fare molta fatica a restare da sole.
Non si tratta semplicemente di preferire la compagnia.
Non è solo il piacere di condividere il tempo con qualcuno.
È qualcosa di più profondo.
Stare da soli, per alcune persone, è un’esperienza difficile da sostenere.
Appena si crea uno spazio vuoto, emerge un’inquietudine.
Un senso di mancanza.
A volte una vera e propria angoscia.
E allora quel vuoto viene subito riempito.
Con una relazione.
Con un messaggio.
Con una presenza.
Non è solo bisogno di compagnia
Nel linguaggio comune si dice spesso:
“Ha bisogno di qualcuno accanto.”
Ma questa frase rischia di essere troppo superficiale.
Perché non tutte le persone vivono la solitudine allo stesso modo.
C’è chi riesce a stare da solo senza soffrire.
C’è chi, invece, vive la solitudine come qualcosa di insopportabile.
Non si tratta di carattere.
Si tratta del modo in cui ciascuno fa esperienza della propria interiorità.
Cosa succede quando si resta soli
Per alcune persone, restare soli significa entrare in contatto con qualcosa di difficile da nominare.
Può essere:
- un senso di vuoto
- una mancanza indefinita
- una sensazione di smarrimento
- pensieri che diventano più insistenti
- emozioni che emergono senza un appiglio
In assenza dell’altro, viene meno anche qualcosa che teneva insieme.
E ciò che resta può risultare difficile da sostenere.
La capacità di stare soli non è scontata
Lo psicoanalista Donald Winnicott ha parlato della capacità di stare soli come di una conquista.
Non qualcosa di naturale, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.
Secondo Winnicott, la possibilità di restare soli dipende da un’esperienza precoce:
quella di essere stati soli… in presenza di qualcuno.
Un bambino può iniziare a tollerare la solitudine quando ha fatto esperienza di una presenza affidabile.
Una presenza che non invade, ma che sostiene.
In questo senso, la capacità di stare soli non significa isolamento.
Significa poter contare su un senso interno di presenza, anche quando l’altro non è fisicamente lì.
Quando la solitudine diventa angosciante
Se questa esperienza non si è costruita in modo sufficientemente stabile, la solitudine può diventare difficile.
Non perché manchi qualcuno.
Ma perché manca qualcosa dentro.
In questi casi, l’assenza dell’altro non è solo una condizione esterna.
Diventa una esperienza interna di vuoto.
E quel vuoto può essere percepito come minaccioso.
Il rapporto con la mancanza
Nella prospettiva di Jacques Lacan, la questione della mancanza è centrale.
Ogni essere umano è attraversato da una mancanza.
Non è qualcosa da eliminare.
È una condizione strutturale.
Ma non tutti riescono a sostenerla allo stesso modo.
Stare soli, in molti casi, significa entrare in contatto proprio con questa mancanza.
E per alcune persone questo incontro è troppo difficile.
Allora l’altro diventa necessario.
Non solo come relazione.
Ma come modo per non sentire.
La relazione come risposta al vuoto
Ci sono relazioni che nascono dal desiderio.
E altre che nascono dalla necessità.
Quando una persona non riesce a stare sola, il rischio è che la relazione diventi una risposta al vuoto.
Non necessariamente qualcosa che si sceglie.
Ma qualcosa di cui si ha bisogno per stare meglio.
In questi casi, la relazione può assumere una funzione molto precisa:
tenere insieme.
E questo può portare a situazioni complesse.
Quando si resta anche se si soffre
Una delle conseguenze più frequenti è la difficoltà a lasciare relazioni che fanno soffrire.
Non perché non si veda il problema.
Ma perché l’idea di restare soli appare ancora più difficile.
Molte persone si trovano in questo conflitto:
- da una parte la sofferenza nella relazione
- dall’altra la paura della solitudine
E spesso è quest’ultima a prevalere.
Solitudine e isolamento non sono la stessa cosa
È importante distinguere tra solitudine e isolamento.
L’isolamento è una chiusura.
Può essere difensivo.
Può essere una forma di ritiro.
La solitudine, invece, può essere anche uno spazio.
Uno spazio in cui incontrare sé stessi.
Ma questo spazio non è sempre disponibile.
Per alcune persone, la solitudine non è uno spazio.
È un vuoto.
La difficoltà a stare soli nelle relazioni di oggi
Nella società contemporanea, la difficoltà a stare soli può assumere forme nuove.
La presenza costante dei social, dei messaggi, delle connessioni, rende più facile evitare il contatto con il vuoto.
Si può essere sempre in relazione.
Sempre connessi.
Ma non sempre questo significa stare bene.
A volte è proprio questa continua presenza dell’altro a rendere ancora più difficile restare soli.
Psicoterapia e capacità di stare soli
In un percorso di psicoterapia, la difficoltà a stare soli non viene trattata come un difetto da correggere.
Piuttosto, diventa qualcosa da comprendere.
Cosa succede quando si è soli?
Quali sensazioni emergono?
Cosa si cerca nell’altro?
Nel lavoro clinico di uno psicologo e psicoterapeuta a Salerno, emerge spesso come la difficoltà a stare soli sia legata a esperienze relazionali profonde.
Non si tratta di “imparare a stare da soli” nel senso di una tecnica.
Si tratta piuttosto di costruire, nel tempo, una diversa possibilità di stare con sé stessi.
Forse la domanda non è: “Perché non riesco a stare da solo?”
Forse la domanda può diventare un’altra.
“Che cosa succede, per me, quando resto solo?”
Perché non esiste una sola risposta.
Ogni storia è diversa.
Ogni esperienza ha un significato.
E partire da questa domanda può essere un primo passo.
Non per forzarsi a stare soli.
Ma per iniziare a comprendere ciò che rende quella solitudine così difficile.








