
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
Ci sono persone che convivono con un senso di colpa quasi costante.
Non necessariamente perché abbiano fatto qualcosa di grave.
Anzi, spesso il problema è proprio questo: la colpa compare anche quando, razionalmente, non sembra esserci alcun motivo.
Ci si sente in colpa se si delude qualcuno.
Se si dice di no.
Se si prende tempo per sé.
Se si decide di non rispondere subito a un messaggio.
Se si mette un confine.
Perfino se si prova piacere.
È una sensazione difficile da spiegare, ma molto presente nella vita di molte persone.
Come se dentro esistesse una voce che giudica, corregge, rimprovera.
Quando la colpa non nasce da un errore
Nella vita quotidiana si è abituati a pensare alla colpa come conseguenza di un’azione.
Ho sbagliato → quindi mi sento in colpa.
Ma la realtà psichica è molto più complessa.
Esistono forme di colpa che non derivano da ciò che si fa, ma da ciò che si sente, da ciò che si desidera, o semplicemente dal fatto di prendere una posizione personale.
Molte persone raccontano di sentirsi in colpa quando:
- scelgono per sé
- mettono distanza da una relazione
- si sottraggono a richieste familiari
- smettono di compiacere
- esprimono rabbia
- provano a cambiare
In questi casi la colpa non riguarda un comportamento scorretto.
Riguarda qualcosa di più profondo: il rapporto con l’altro.
La colpa come legame invisibile
Spesso il senso di colpa non è solo un’emozione.
È anche un modo di restare legati.
Alcune persone hanno imparato molto presto che essere amate significava adattarsi, comprendere, non disturbare.
Essere “bravi”.
Essere disponibili.
Non creare problemi.
In queste situazioni, il senso di colpa può diventare una forma di regolazione interna.
Come se dentro si producesse continuamente una domanda:
“Sto facendo la cosa giusta?”
“Sto ferendo qualcuno?”
“Sto chiedendo troppo?”
La colpa, allora, non riguarda più solo l’errore.
Diventa un modo di stare nella relazione.
Il peso delle aspettative
Molto spesso chi si sente costantemente in colpa vive una difficoltà nel separarsi dalle aspettative altrui.
Non si tratta solo di ciò che gli altri chiedono esplicitamente.
A volte sono aspettative interiorizzate.
Frasi mai dimenticate.
Silenzi.
Sguardi.
Modi di essere cresciuti.
Può accadere che una persona continui a sentirsi responsabile del benessere degli altri, anche da adulta.
Come se dovesse continuamente garantire equilibrio, protezione, armonia.
E quando prova a sottrarsi a questo ruolo, compare la colpa.
La prospettiva di Freud: il Super-Io
Per Sigmund Freud, il senso di colpa non nasce solo da ciò che accade fuori.
Esiste una dimensione interna, psichica, che giudica.
Freud la chiama Super-Io.
Non è semplicemente la coscienza morale.
È qualcosa di più profondo.
Una parte interna che osserva, critica, impone.
E che spesso può diventare severa.
In alcune persone, questa voce interna può essere molto forte.
Può trasformare ogni scelta personale in qualcosa di egoistico.
Ogni limite in una colpa.
Ogni desiderio in una trasgressione.
Quando la colpa diventa un modo di esistere
Esistono situazioni in cui la colpa smette di essere un’emozione episodica.
Diventa un’atmosfera.
Una posizione.
Una modalità stabile di stare nel mondo.
Alcune persone non si sentono colpevoli per qualcosa.
Si sentono colpevoli “in generale”.
Come se dovessero continuamente giustificare la propria presenza.
Come se prendere spazio fosse già troppo.
Questa forma di colpa è spesso molto silenziosa.
Non sempre viene riconosciuta.
Può apparire sotto forma di:
- eccessiva disponibilità
- incapacità di dire no
- bisogno costante di approvazione
- paura del conflitto
- difficoltà a scegliere
La colpa e il desiderio
Nella prospettiva di Jacques Lacan, il rapporto con il desiderio è centrale.
Perché desiderare non è mai semplice.
Desiderare significa prendere una direzione.
Significa scegliere.
E ogni scelta implica una rinuncia.
Molte volte la colpa emerge proprio quando ci avviciniamo a qualcosa che sentiamo autenticamente nostro.
Un cambiamento.
Una separazione.
Una decisione importante.
Una relazione nuova.
Come se una parte interna dicesse:
“Non dovresti.”
Non sempre perché ciò sia sbagliato.
Ma perché implica un movimento.
E ogni movimento può mettere in discussione equilibri antichi.
Il senso di colpa nelle relazioni
La colpa trova spesso il suo terreno privilegiato nelle relazioni.
Nelle coppie.
Nelle famiglie.
Nel rapporto con i genitori.
Con i figli.
Con il lavoro.
Molte persone restano dentro situazioni che fanno soffrire non solo per paura, ma anche per senso di colpa.
Pensano:
- “Se me ne vado lo ferisco”
- “Se metto un limite sembrerò cattivo”
- “Se scelgo me stesso deluderò qualcuno”
Il problema non è solo la decisione.
È il prezzo emotivo che quella decisione sembra comportare.
Perché alcune persone si sentono sempre responsabili
Chi vive costantemente nella colpa tende spesso ad assumersi responsabilità che non gli appartengono.
Può sentirsi responsabile:
- dell’umore degli altri
- della stabilità familiare
- delle emozioni del partner
- del benessere delle persone vicine
Questa posizione può essere molto faticosa.
Perché porta a vivere in una costante tensione.
Come se ci fosse sempre qualcosa da riparare.
La colpa e l’idea di essere “buoni”
In molte storie personali emerge un’immagine interna di ciò che significa essere “buoni”.
Ma questa idea non è mai universale.
Non esiste un solo modo di intendere la bontà.
Per qualcuno essere buono significa essere disponibile.
Per altri significa non creare conflitto.
Per altri ancora significa non deludere, non separarsi, non opporsi.
In una prospettiva psicoanalitica, ciò che conta non è tanto stabilire se una persona sia davvero “buona”, ma interrogare il significato che questa posizione assume nella sua storia.
Che cosa vuol dire, per quel soggetto, essere buono?
Quale posto occupa nella relazione con l’altro?
Spesso, dietro questa esigenza, si nasconde un particolare modo di stare nel legame.
Essere buoni può diventare un modo per mantenere l’amore dell’altro, per evitare la perdita, per ridurre il rischio del conflitto o della separazione.
In alcuni casi, essere buoni coincide con l’andare continuamente incontro al desiderio altrui.
Come se dire di no, prendere distanza o affermare qualcosa di personale producesse immediatamente colpa.
Non si tratta allora di una qualità morale.
Si tratta di una posizione soggettiva.
Una modalità attraverso cui ciascuno tenta di trovare un posto nel desiderio dell’Altro.
Ed è proprio qui che la colpa può emergere: quando il soggetto prova a spostarsi da quel posto, o a mettere in discussione il ruolo che ha imparato a occupare.
Quando il senso di colpa diventa sofferenza
La colpa non è necessariamente negativa.
Può avere anche una funzione.
Può segnalare un limite, una responsabilità, una sensibilità verso l’altro.
Ma quando diventa costante, invasiva, automatica, può trasformarsi in sofferenza.
Può impedire:
- di prendere decisioni
- di vivere relazioni più libere
- di esprimersi
- di sentire legittimi i propri bisogni
Psicoterapia e senso di colpa
In un percorso psicologico, il senso di colpa non viene trattato come qualcosa da eliminare rapidamente.
Piuttosto, si prova a comprenderne l’origine.
Da dove arriva?
A chi appartiene davvero?
Quando è iniziato?
Molte persone scoprono che la colpa che portano non riguarda solo il presente.
Ha radici profonde.
E spesso non è mai stata interrogata davvero.
Nel lavoro clinico di uno psicologo e psicoterapeuta a Salerno, emerge frequentemente come il senso di colpa sia collegato a storie di responsabilizzazione precoce, difficoltà nel separarsi dalle aspettative familiari o paura di perdere l’amore dell’altro.
Comprendere questo non significa accusare qualcuno.
Significa iniziare a vedere.
Forse la domanda non è: “Perché mi sento in colpa?”
Forse la domanda può diventare un’altra.
“A chi sto cercando di restare fedele?”
Perché, a volte, il senso di colpa non parla solo di noi.
Parla di un legame.
Di una posizione imparata.
Di un modo di stare nel rapporto con l’altro.
E riconoscerlo può essere un primo passo.
Non per smettere improvvisamente di sentirsi in colpa.
Ma per iniziare a capire se quel peso appartiene davvero a noi.








