
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
Quando le parole degli altri diventano il modo in cui ci raccontiamo
Alcune parole possono accompagnarci per anni, fino a diventare il modo in cui interpretiamo noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che il significato che attribuiamo a quelle parole racconti tutta la nostra storia?
«Sei troppo sensibile». «Non sei capace». «Devi sempre dimostrare qualcosa». «Sei fatto così».
Sono frasi che possono essere pronunciate in momenti diversi della vita, magari durante un rimprovero, una discussione familiare o una relazione importante. A volte vengono dimenticate da chi le ha dette, ma continuano a vivere nella persona che le ha ricevute.
Può accadere, per esempio, che qualcuno cresca sentendosi ripetere di essere incapace e che, da adulto, davanti a una difficoltà, finisca per pensare immediatamente di non essere all'altezza. Oppure che una persona abituata a ricevere riconoscimento soltanto attraverso i risultati senta continuamente il bisogno di dimostrare il proprio valore, anche quando nessuno glielo sta chiedendo.
In queste situazioni, quelle parole non sono più soltanto ricordi. Sembrano diventate definizioni personali, quasi delle verità alle quali è difficile sottrarsi.
Ma come avviene questo passaggio?
Tra significante e significato: la trama invisibile dell'inconscio
Per comprendere questa questione può essere utile introdurre due concetti fondamentali della riflessione linguistica e psicoanalitica: significante e significato.
In termini semplici, possiamo intendere il significante come la forma materiale di una parola, il suo suono o la sua rappresentazione scritta; il significato è invece il concetto a cui quella parola rimanda.
Jacques Lacan riprende la distinzione elaborata dal linguista Ferdinand de Saussure, ma sposta il baricentro: il rapporto tra significante e significato non è mai rigido o definitivo. Nell'inconscio, le parole non restano isolate; si incatenano l'una all'altra, si legano ad altre esperienze e continuano a lavorare silenziosamente dentro di noi.
È qui che si sviluppa una vera e propria trama inconscia. Senza che ce ne accorgiamo, quel significante ricevuto nel passato si muove nell'inconscio generando una catena di significati che orientano le nostre azioni, le nostre scelte e il modo in cui ci posizioniamo di fronte alla vita. Viviamo spesso convinti di essere "fatti in un certo modo", senza accorgerci che stiamo seguendo un copione scritto da parole altrui che hanno messo radici nei piani più sotterranei della nostra psiche.
Proviamo a considerare l'espressione «sei troppo sensibile». Per qualcuno potrebbe essere un'osservazione affettuosa, per qualcun altro un rimprovero, per un'altra persona ancora una frase che richiama anni trascorsi a sentirsi giudicata per le proprie emozioni. Le parole sono le stesse, ma la trama che tessono nell'inconscio è unica.
Non conta soltanto che cosa viene detto, ma il posto che quelle parole occupano nella storia del soggetto. Così, un vecchio giudizio può trasformarsi nella convinzione di non poter affrontare nuove esperienze o nel bisogno inesorabile di non deludere mai nessuno.
Le parole che continuiamo a ripeterci
A volte, infatti, non è più necessario che qualcuno ci giudichi: siamo noi stessi a farlo, mossi da quella stessa trama inconscia.
Possiamo sentirci in colpa quando prendiamo una decisione diversa dalle aspettative familiari, temere di sbagliare oppure interpretare ogni insuccesso come la conferma inesorabile di un'antica condanna.
In questi casi continuiamo a rispondere a parole che appartengono alla nostra storia, anche quando le persone che le hanno pronunciate non sono più presenti o non ci chiedono più nulla. L'inconscio custodisce questa fedeltà silenziosa alle parole ricevute.
La psicoanalisi invita proprio a interrogare questo piano: da dove arriva la trama che stiamo abitando? Quali significanti del passato continuano a scrivere il nostro presente? E di quale storia siamo inconsapevolmente gli attori?
Non si tratta di sostituire un giudizio negativo con uno positivo, né di credere che basti un atto di volontà per cambiare rotta. Spesso, per poter ascoltare diversamente questa trama e non rimanere ostaggi di un significante rigido, può essere prezioso trovare uno spazio di ascolto dedicato. Scegliere di intraprendere un percorso di psicoterapia o un cammino di orientamento psicoanalitico – che sia attraverso dei colloqui online o accogliendo la richiesta nel proprio studio a Salerno centro – significa proprio questo: concedersi il tempo di mettere in discussione le etichette ricevute.
Forse, allora, la domanda da porsi non è soltanto «chi sono?», ma anche: quale trama invisibile stanno recitando le mie parole, e chi ha cominciato a raccontare la storia che continuo a vivere?
Bibliografia
- Saussure, F. de (1916), Corso di linguistica generale, Laterza.
- Lacan, J. (1953), Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, Einaudi.
- Lacan, J. (1957), L'istanza della lettera nell'inconscio o la ragione dopo Freud, in Scritti, Einaudi.
(Nota: I concetti di significante e significato sono qui presentati in forma divulgativa, senza pretendere di esaurire la complessità della loro elaborazione teorica in Lacan).









