24 giugno 2026
Narcisismo: perché abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro?

Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.

Quando si parla di narcisismo, il pensiero corre spesso a una persona arrogante, egocentrica o incapace di interessarsi agli altri.

Negli ultimi anni il termine è entrato nel linguaggio comune e viene utilizzato per descrivere i comportamenti più diversi. Si parla di narcisisti sul lavoro, in amore, nelle amicizie e persino in politica.

Ma che cos'è davvero il narcisismo?

La psicoanalisi propone una risposta più complessa e, forse, più interessante.

Prima ancora di indicare una patologia, il narcisismo riguarda il modo in cui ciascun essere umano costruisce il rapporto con sé stesso.

In altre parole, riguarda la domanda:

Come arrivo a riconoscermi come "io"?

Per comprendere questo punto, Jacques Lacan sviluppa una riflessione che prende avvio da Freud e che ruota attorno a quello che ha chiamato "stadio dello specchio".

Nei primi mesi di vita il bambino non possiede ancora un'immagine stabile e unitaria di sé. Il corpo viene vissuto attraverso sensazioni frammentarie, movimenti scoordinati, esperienze ancora prive di una forma coerente.

A un certo punto, però, il bambino riconosce la propria immagine riflessa.

Quell'immagine appare più ordinata, più stabile e più completa dell'esperienza che egli vive del proprio corpo.

È un momento fondamentale.

Ma c'è un dettaglio decisivo.

Lo specchio, da solo, non basta.

Serve la presenza dell'altro.

Serve qualcuno che confermi quell'immagine.

In qualche modo, il bambino riceve un messaggio implicito:


"Sì, quello sei tu."


È qui che il narcisismo assume una forma nuova.

Non si tratta semplicemente dell'amore per sé stessi.

Si tratta dell'amore per un'immagine di sé che prende forma attraverso lo sguardo dell'altro.

L'immagine che ciascuno ha di sé non nasce mai completamente da solo.

È sempre intrecciata ai riconoscimenti ricevuti, alle parole ascoltate, agli sguardi incontrati.

Per questo motivo il desiderio di essere apprezzati, riconosciuti o stimati non rappresenta necessariamente un problema.

Fa parte dell'esperienza umana.


Ogni soggetto ha bisogno, in una certa misura, di sentirsi visto dall'altro.


Chi non si è mai domandato, almeno una volta, che impressione stesse dando? Chi non ha mai desiderato essere riconosciuto, apprezzato o considerato importante da qualcuno?

Il bisogno di riconoscimento accompagna ogni essere umano. Diventa problematico soltanto quando il proprio valore finisce per dipendere esclusivamente dallo sguardo dell'altro.

Il problema nasce quando l'intera esistenza viene organizzata attorno alla difesa di una particolare immagine.

L'immagine del professionista impeccabile.

L'immagine del genitore perfetto.

L'immagine della persona sempre forte.

L'immagine di chi non sbaglia mai.

L'immagine di chi deve essere sempre all'altezza delle aspettative.

In questi casi il soggetto può finire per diventare prigioniero dell'immagine che cerca di incarnare.

La sofferenza non nasce necessariamente da ciò che è.

Nasce dal timore costante di non riuscire a sostenere ciò che dovrebbe apparire.

Dietro molte forme di ansia, insicurezza e senso di inadeguatezza si nasconde proprio questa fatica: quella di dover continuamente dimostrare qualcosa.


Dimostrare di essere all'altezza.

Dimostrare di meritare amore.

Dimostrare di essere abbastanza.

Dimostrare di corrispondere all'immagine che si pensa gli altri si aspettino.


Nel lavoro clinico di uno psicologo e psicoterapeuta a Salerno, non è raro incontrare persone che arrivano in terapia proprio in momenti come questi.

Sono stanche.

Si sentono sotto pressione.

Hanno l'impressione di dover continuamente sostenere un'immagine di sé che non lascia spazio all'errore, alla fragilità o al dubbio.

A volte il disagio emerge sotto forma di ansia.

Altre volte attraverso difficoltà relazionali, sentimenti di inadeguatezza o una persistente insoddisfazione personale.

Eppure, osservando più da vicino queste situazioni, ci si accorge che il problema non riguarda soltanto ciò che accade nella realtà.

Riguarda anche il rapporto che ciascuno intrattiene con la propria immagine.

La psicoanalisi non propone di eliminare il narcisismo.

Sarebbe impossibile.

Una certa immagine di sé è necessaria per vivere, lavorare, amare e costruire relazioni.

Il punto non è distruggere questa immagine.

Il punto è non coincidere completamente con essa.

Esiste infatti una differenza tra avere un'immagine di sé e diventarne prigionieri.

Quando una persona riesce ad accettare che la propria identità non si esaurisce nell'immagine che mostra agli altri, qualcosa può modificarsi.

Diventa possibile tollerare meglio gli errori.

Diventa possibile rinunciare a una perfezione impossibile.

Diventa possibile riconoscere che il proprio valore non dipende esclusivamente dall'approvazione ricevuta.

In questo senso, un percorso di psicoterapia non consiste nel costruire un'immagine migliore di sé.

Consiste piuttosto nell'interrogare il rapporto che ciascuno intrattiene con la propria immagine.

Chi sto cercando di essere?

Per chi sto cercando di esserlo?

Che cosa accadrebbe se smettessi di inseguire l'ideale che mi sono imposto?

Sono domande che non producono risposte immediate.

Ma possono aprire uno spazio nuovo.

Uno spazio in cui il soggetto non è più costretto a vivere esclusivamente attraverso ciò che immagina di dover rappresentare per gli altri.

Forse il narcisismo non è soltanto amore per sé stessi.

È anche amore per un'immagine di sé mediata dall'altro.

E proprio per questo motivo diventa importante domandarsi quanto della propria vita sia guidato dai propri desideri e quanto, invece, dall'immagine che si cerca di sostenere agli occhi degli altri.

È una domanda che riguarda ciascuno di noi.

E che, talvolta, può rappresentare l'inizio di una scoperta importante.


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