
Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.
L'essere umano ha sempre avuto un rapporto complesso con i propri limiti.
Fin dall'antichità, in modi diversi, ha cercato di collocarsi al centro di qualcosa: del mondo, della creazione, della storia. Non si tratta soltanto di una questione filosofica o religiosa. È qualcosa che riguarda profondamente ciascuno di noi.
Esiste infatti una tendenza molto umana a pensarsi come il centro della scena, a immaginarsi padrone delle proprie scelte, delle proprie decisioni e persino dei propri pensieri.
Eppure la storia del pensiero occidentale è stata attraversata da alcune scoperte che hanno progressivamente incrinato questa immagine.
Sigmund Freud le definì le grandi ferite narcisistiche inflitte all'umanità.
La prima arrivò con Niccolò Copernico.
Per secoli gli uomini avevano creduto che la Terra fosse il centro dell'universo. Il sole, i pianeti e le stelle sembravano ruotare attorno ad essa. La rivoluzione copernicana mostrò invece qualcosa di molto diverso: il nostro pianeta non occupava alcuna posizione privilegiata.
La Terra non era il centro del cosmo.
Fu una scoperta difficile da accettare.
La seconda ferita arrivò alcuni secoli dopo con Charles Darwin.
Anche qui veniva messa in discussione un'idea profondamente radicata. L'essere umano non era una creatura separata dal resto del mondo vivente. Faceva parte della natura e della sua storia evolutiva.
Ancora una volta qualcosa dell'orgoglio umano veniva colpito.
Ma secondo Freud la terza ferita era la più difficile da accettare.
Se Copernico aveva tolto l'uomo dal centro dell'universo e Darwin lo aveva tolto dal centro della creazione, la psicoanalisi lo avrebbe tolto dal centro di sé stesso.
È in questo contesto che Freud formula una delle sue affermazioni più celebri:
«L'Io non è padrone in casa propria.»
È una frase che continua a provocare interrogativi ancora oggi.
Che cosa significa davvero?
Significa forse che non siamo responsabili delle nostre azioni?
Che siamo governati da forze oscure?
Che la coscienza non conta nulla?
No.
La scoperta freudiana è molto più sottile.
Freud osserva che spesso sappiamo molto meno di quanto crediamo riguardo alle ragioni che orientano la nostra vita.
Ci innamoriamo di certe persone e non di altre.
Ripetiamo situazioni che ci fanno soffrire.
Diciamo parole che non volevamo dire.
Dimentichiamo appuntamenti importanti.
Facciamo sogni che ci sorprendono.
Proviamo emozioni che non riusciamo a spiegare.
L'esperienza quotidiana sembra continuamente mostrare che esiste una distanza tra ciò che crediamo di sapere di noi stessi e ciò che effettivamente ci muove.
La psicoanalisi chiama questa dimensione inconscio.
L'inconscio non è una cantina piena di ricordi nascosti né una sorta di secondo cervello che agisce nell'ombra. Per Freud, e ancora di più per Lacan, esso si manifesta continuamente nella vita di tutti i giorni: nei lapsus, nei sintomi, nei sogni, nelle ripetizioni e persino nelle scelte che crediamo più razionali.
Forse è proprio questo l'aspetto più difficile da accettare.
Una parte di noi continua infatti a desiderare di essere completamente padrona di sé.
Vorremmo sapere esattamente perché facciamo ciò che facciamo.
Vorremmo controllare i nostri sentimenti.
Vorremmo poter eliminare le contraddizioni.
Vorremmo essere trasparenti a noi stessi.
Ma la soggettività umana sembra funzionare diversamente.
Esiste sempre qualcosa che sfugge.
Qualcosa che non si lascia ridurre alla volontà cosciente.
In questo senso, la terza ferita narcisistica riguarda qualcosa di molto intimo.
Non tocca semplicemente la nostra posizione nel mondo.
Tocca l'immagine che abbiamo di noi stessi.
Tocca quella parte che vorrebbe sentirsi autonoma, indipendente, perfettamente consapevole.
Per questo motivo la scoperta freudiana incontra spesso resistenze.
Non soltanto nel campo della psicologia.
Ma nella vita quotidiana.
Pensiamo a quanto sia difficile ammettere di non conoscere fino in fondo le ragioni delle proprie scelte.
Pensiamo a quanto sia doloroso riconoscere di ripetere sempre gli stessi errori.
Pensiamo a quanto sia scomodo scoprire che il sintomo che ci fa soffrire possiede anche un significato che ci riguarda.
La psicoanalisi introduce una crepa nell'idea di padronanza.
Ma non per umiliare il soggetto.
Non per dirgli che è impotente.
Piuttosto per aprire uno spazio di interrogazione.
Jacques Lacan radicalizzerà ulteriormente questa intuizione freudiana.
Secondo Lacan, il soggetto non coincide mai completamente con l'immagine che ha di sé.
Esiste sempre uno scarto.
Una distanza.
Una mancanza.
Qualcosa che impedisce all'essere umano di essere completamente padrone della propria esperienza.
In una cultura che spesso esalta l'efficienza, il controllo e la performance, questo messaggio può apparire controcorrente.
Viviamo in un'epoca che promette continuamente padronanza.
Padronanza del corpo.
Delle emozioni.
Delle relazioni.
Del successo.
Come se ogni difficoltà potesse essere eliminata attraverso la giusta tecnica o la giusta strategia.
La psicoanalisi suggerisce invece che esiste una dimensione dell'esperienza umana che non può essere completamente controllata.
Non si tratta di una sconfitta.
Si tratta di una caratteristica strutturale della nostra condizione.
Forse è proprio qui che il concetto di ferita narcisistica assume un significato diverso.
Una ferita non è necessariamente qualcosa che distrugge.
Può anche essere ciò che interrompe un'illusione.
L'illusione dell'onnipotenza.
L'illusione di poter essere completamente autosufficienti.
L'illusione di sapere sempre chi siamo.
Da questo punto di vista, la scoperta freudiana non impoverisce l'essere umano.
Lo rende più complesso.
Più interessante.
Più aperto alla possibilità di interrogarsi.
Nel lavoro clinico di uno psicologo e psicoterapeuta a Salerno, emerge spesso quanto la sofferenza sia legata proprio alla difficoltà di accettare questa dimensione di non padronanza.
Molte persone arrivano in terapia chiedendosi perché continuino a ripetere certe relazioni, perché provino emozioni che non comprendono o perché alcuni sintomi persistano nonostante gli sforzi compiuti per eliminarli.
La psicoterapia non offre formule magiche per diventare completamente padroni di sé.
Può però offrire uno spazio in cui ascoltare ciò che, nella propria esperienza, continua a sfuggire.
Forse il contributo più importante della psicoanalisi non consiste nel promettere una maggiore padronanza.
Consiste nel permettere al soggetto di instaurare un rapporto diverso con ciò che non controlla.
Più che una conquista definitiva, si tratta di un lavoro di ascolto.
Un ascolto che riguarda i propri sintomi, i propri desideri, le proprie contraddizioni.
Perché forse la domanda non è come diventare finalmente padroni di sé.
Forse la domanda è un'altra.
Che cosa può insegnarci quella parte di noi che continua a sfuggire al nostro controllo?








