19 ottobre 2025
Quando la parola parla

Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.

"𝐋𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚."

𝐽. 𝐿𝑎𝑐𝑎𝑛

Capita che ci sorprenda una frase che ci sfugge, una parola detta “per errore”, un silenzio che pesa più di mille spiegazioni. Sono piccoli segnali che qualcosa dentro di noi sta parlando. La psicoanalisi si occupa proprio di questo: di ciò che si dice senza volerlo dire.

È da questo ascolto della parola che prende forma il lavoro psicoanalitico.


Come scriveva Jacques Lacan, “la psicoanalisi vera ha il proprio fondamento nel rapporto dell’uomo con la parola”. Non è quindi una semplice tecnica per risolvere un sintomo, ma un’esperienza che invita ciascuno ad ascoltare ciò che dice — e ciò che sfugge mentre parla.

L’inconscio, infatti, non parla secondo la logica della ragione, ma secondo la logica del linguaggio. È una logica tutta sua, diversa da quella che usiamo per orientarci nel mondo esterno. Mentre la logica quotidiana procede per causa ed effetto, per coerenza e spiegazioni, la logica dell’inconscio si muove attraverso metafore, spostamenti, giochi di parole, lapsus, sogni e dimenticanze.


Pensiamo, ad esempio, a quando una persona dice distrattamente un nome al posto di un altro, o a quando un lapsus rivela un desiderio che si preferiva tacere. Oppure a quando ci si trova a ripetere sempre la stessa situazione, come se qualcosa “spingesse” a farlo, anche se razionalmente non lo si vorrebbe. In tutti questi casi è l’inconscio che parla, ma lo fa con il linguaggio, non con la logica apparente del pensiero.

Freud lo aveva intuito nei suoi studi sui sogni: anche lì, dietro le immagini oniriche, c’è un linguaggio da decifrare, fatto di spostamenti e sostituzioni di senso. Lacan, più tardi, riprese e approfondì questa idea, affermando che “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”.


Questo significa che i nostri desideri, le nostre paure, i nostri conflitti interiori non si esprimono attraverso un codice misterioso o irrazionale, ma si manifestano nel modo in cui parliamo, nelle parole che scegliamo e in quelle che evitiamo, nei silenzi e persino nelle battute che ci “sfuggono”.

Quando una persona inizia un lavoro psicoanalitico, scopre progressivamente quanto la propria parola sia già portatrice di verità. Non è lo psicologo o lo psicoterapeuta a “spiegare” il senso nascosto delle cose, ma è il paziente stesso, parlando, che inizia a riconoscere un filo nelle proprie parole.
È un percorso che non si fonda sulla logica della correzione (“non devi pensare così”, “devi fare questo”), ma su quella dell’ascolto.
Nel lavoro psicoanalitico, infatti, la cura nasce dal dare spazio a ciò che il soggetto dice senza accorgersene, da ciò che ritorna, da ciò che si ripete.

Un esempio semplice: una persona può dire di voler cambiare lavoro, ma ripetere mille ragioni per cui “non è il momento”. Oppure può lamentarsi di sentirsi sempre “scelta per ultima” nelle relazioni, ma allo stesso tempo cercare situazioni in cui questo inevitabilmente accade. È solo mettendo in parola tutto ciò, senza giudizio né correzione, che qualcosa dell’inconscio comincia a farsi udire.
In questa esperienza, la parola perde la funzione di strumento logico e si rivela come ciò che
trasforma, perché tocca il soggetto nel punto in cui non è più solo ragione ma anche desiderio, mancanza, memoria.



La psicoanalisi è dunque un’esperienza di ascolto, ma non di qualsiasi ascolto: è un ascolto che tiene conto della singolarità del linguaggio di ciascuno. Ogni persona parla una lingua unica, fatta dei propri ricordi, delle proprie immagini e delle proprie ferite. Attraverso questo linguaggio personale, l’inconscio trova la via per dire qualcosa della verità del soggetto.
E proprio in questo incontro con la propria parola può nascere una forma diversa di libertà: quella di non essere più del tutto prigionieri di ciò che si ripete, ma di iniziare a scegliere, anche solo un po’, a partire da ciò che si è davvero.

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