12 luglio 2025
L'analista non si attende nulla dal paziente

Benvenuti, sono il Dott. Valentino Moretto, psicologo e psicoterapeuta, mi occupo del trattamento del disagio e della sofferenza psichica, attraverso la parola e la sua cura.

Etica e silenzio nella pratica psicoanalitica


“L'analista non si attende niente dal paziente. Non vuole per lui, né nel bene, men che meno, nel male.”

 — P. Francesconi, La pratica analitica nell’orientamento lacaniano


Viviamo in una società che ci spinge a cambiare, migliorare, guarire, diventare “versioni migliori” di noi stessi. Chi lavora nell’ambito del benessere psicologico spesso viene percepito come qualcuno che deve “aiutare”, “indirizzare”, “aggiustare”.
In questo scenario, l’etica della psicoanalisi lacaniana appare quasi incomprensibile, perfino paradossale.

Come può aiutarti davvero qualcuno che non si aspetta nulla da te?
Che non dà consigli, non corregge, non vuole il tuo bene (almeno non nel senso comune)?

Eppure è proprio qui che si gioca la forza rivoluzionaria dell’ascolto analitico.


Un ascolto che non vuole niente

L’analista, soprattutto nell’orientamento lacaniano, non è lì per guidare verso una normalità, né per far diventare “più funzionale” una persona.
La sua posizione è radicale:
non desidera nulla per te.
Non chiede di cambiare, non spera in un tuo progresso, non proietta su di te il proprio ideale del bene.

Questo perché?

Perché ogni attesa, anche la più benevola, è un modo sottile di occupare lo spazio del paziente.
Un analista che “vuole il tuo bene” rischia di confondere il proprio desiderio con quello del suo analizzante (il paziente).
Di spingerlo, anche senza volerlo, a compiacerlo, a diventare “il bravo paziente”.
E questo sarebbe solo un nuovo adattamento, non una verità che viene dall’analizzante.


Desiderio e non-sapere

Lacan diceva che “l’analista si autorizza da solo”, cioè non prende il proprio potere né da una posizione di sapere né da un ideale etico da imporre.
L’analista è lì come presenza vuota, ma viva, capace di
tenere aperta una domanda, senza riempirla con soluzioni.
È uno spazio raro, in cui ciò che conta non è “cosa devi diventare”, ma:
cosa può emergere, se non si è più oggetto del desiderio dell’altro.

In questa assenza di attesa, si apre la possibilità di un incontro vero.
Un incontro con
il desiderio dell’analizzante, non con l’ideale di qualcun altro.


Un’etica, non una tecnica

Questa posizione dell’analista non è una tecnica.
È
un’etica.

Una scelta rigorosa, silenziosa, che costa anche a chi la pratica: perché richiede di rinunciare a ogni soddisfazione narcisistica, a ogni desiderio di “fare il bene”, di essere utile, bravo, efficace.

Come scrive Francesconi, questa posizione implica non solo il non volere il “bene” del paziente, ma men che meno il suo male.
L’analista non manovra, non induce crisi, non destabilizza per il gusto di farlo.
Non agisce
per l’altro, né contro.
Piuttosto,
lascia essere.
E in questo “lasciare essere”, qualcosa può emergere e cominciare a prendere forma.


In un tempo che tutto vuole, l’analista rinuncia

Oggi, in un mondo che premia la performance, l’efficienza e l’ottimizzazione di sé, la posizione dell’analista è controcorrente.

Chi, oggi, non si aspetta nulla da qualcuno?
Chi ascolta senza consigliare, giudicare, voler tirare fuori “il meglio di te”?

L’analista è lì non per portare il paziente dove pensa sia meglio, ma per fare spazio, affinché l’analizzante possa iniziare a scoprire dove sta andando lui.
E se questa posizione può sembrare fredda o distante, è forse perché non siamo più abituati a un rispetto così profondo: quello che non invade, che non guida, ma che lascia davvero spazio all’altro, anche quando non sa ancora dove andare.


Lo spazio della libertà

La psicoanalisi, in fondo, non promette risposte.
Promette uno spazio dove poter
parlare liberamente, senza dover dimostrare nulla, senza dover “migliorare” per forza.

Uno spazio dove nessuno ti guarda come un problema da risolvere.
Dove l’analizzante non è un soggetto da aiutare in senso stretto, ma un soggetto in cerca di parola.
Uno spazio dove
l’assenza di attesa non è indifferenza, ma profondo rispetto.

È proprio da lì che comincia... qualcosa di nuovo.


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